Cari fratelli laziali,
lunedì sera avremo l’occasione per iniziare nel
migliore dei modi la settimana. All’orizzonte si prospetta infatti
quell’Udinese che all’andata ci mise fortemente in difficoltà, soprattutto a
centrocampo. Ad agosto fu una battuta d’arresto inattesa, ma se ci guardassimo
indietro, ci accorgeremmo che l’Udinese non ci ha mai fatto né sconti né –
tantomeno – concessioni particolari. È sempre stato così.
Oggi vi riportiamo ad un’umidissima domenica di tanto
tempo fa. Quel giorno incontravamo i friulani vestiti di nuovo, con l’elegante completo
con l’aquila stilizzata, cucita sul lato sinistro, mentre, sulla parte destra,
risaltava una P stilizzata, il marchio dello sponsor tecnico Pouchain.
Era il 9 dicembre del ‘79 quando, per la XII giornata
del Campionato, veniva a trovarci un’Udinese che aveva chiuso alla perfezione
un “salto triplo”. Fino al 1977 giocava in Serie C. I bianconeri friulani, dopo aver vinto il
campionato di Serie C due anni prima, hanno stravinto anche il campionato di
Serie B. Dopo 18 anni sono ritornati nella massima serie. L’Udinese di Massimo
Giacomini è diventata la squadra più “studiata” dell’estate.
La nostra Lazio è invece affidata al caro vecchio Bob
Lovati. Non ce la stiamo passando benissimo, anzi. Tuttavia, la formazione è
infarcita di talento: Cacciatori, Tassotti, Citterio, Wilson, Manfredonia,
Zucchini, Todesco, Montesi, Giordano, D'Amico e Viola. In panchina, Avagliano,
Manzoni e Renzo Garlaschelli.
Massimo Giacomini
non è più l’allenatore dell’Udinese. È stato una nostra vecchia conoscenza, perché
giocò con noi nel campionato 1963-64. È considerato il maggior artefice della
doppia promozione dei friulani. Un’impresa che lo ha reso il “mister” del
momento: il Milan gli ha fatto un’offerta particolare, una di quelle che non si
possono rifiutare. L’Udinese è subito corsa ai ripari, e in estate ha ingaggiato
un nuovo allenatore, anch’egli emergente. Si chiama Corrado Orrico, uno che ha
iniziato ad allenare a soli ventisei anni, nelle categorie dilettantistiche. Per
la partita dell’Olimpico, Orrico ha predisposto la sua Udinese per una gara di
contenimento. Questa la formazione: Ernesto Galli, Osti, Fanesi, Leonarduzzi,
Fellet, Catellani, Vagheggi, Pin, Vriz, Del Neri e Bressani. A disposizione, Della
Corna, Francesconi e Sgarbossa.
La partita:
complice il “ponte” e la giornata piovosa, l’Olimpico è
semivuoto. Siamo scarsi ventimila, è una giornata davvero grigia, anche
intristita dal sottile velo di nebbia che sembra essersi appiccicato alla
collina di Monte Mario.
Bruno Giordano
non è al meglio. In settimana ha accusato un problema alla coscia destra. Lovati
ha fatto finta di niente, dopo tutto, uno come Bruno è utile alla
causa anche con una gamba sola.
Inizia la partita: la Lazio sembra persa nella nebbia,
alla quale non è certo abituata. L'Udinese, come al solito, è invece scesa in
campo con il consueto ordine tattico. Noi procediamo solo a ondate, confidando
che un’iniziativa dei nostri solisti, possa prima o poi dare i suoi frutti.
L’Udinese appare più tonica, ricorda una squadra tedesca per quel modo di stare
in campo. I vari Bressani e Catellani sono ben supportati da Vagheggi; Pin e Vriz
tessono manovre lineari, solo apparentemente semplici, in realtà assai
efficaci. In curva siamo già tutti inzuppati, quando notiamo Vagheggi scendere
lungo la fascia sinistra e Bresciani incornare improvvisamente di testa. Mancano
due minuti al termine del tempo, siamo al 43', Cacciatori ha appena sventato
un gol già fatto.
Nell’intervallo ci rendiamo conto che non abbiamo visto
nessun tiro in porta. Se non abbiamo fischiato la squadra, è perché la Lazio è
come se non fosse ancora scesa in campo.
Nel secondo tempo la novità è costituita dalla
pioggia, che si è fatta ancora più fitta e adesso rende il terreno pesante e scivoloso.
Servirebbe molto più impegno. I nostri sembrano risentire del clima più dei
bianconeri. Sembrano sempre in affanno e, quel che più conta, continuano a “non
esserci” sotto il piano nervoso. L’Udinese, dopo i primi dieci minuti della
ripresa, ha preso coscienza delle nostre difficoltà, che non sono solo di
manovra, ma di approccio psicologico appunto. E adesso sono molto più pericolosi
in contropiede, e Wilson deve strigliare i più giovani compagni di
reparto. Montesi, Citterio e Viola sembrano gli unici ad
avere qualche energia in più, e provano ad imbastire qualche azione più dinamica
e meno prevedibile.
Proprio da una bella
discesa di Citterio, nasce la più grande occasione per noi. Siamo al 62',
Giordano ha ricevuto da Citterio
un passaggio telecomandato ma sciupa clamorosamente, divorandosi un gol a porta
sguarnita. A un quarto d’ora dalla fine, l’arbitro, il signor Giancarlo Redini
di Pisa, sembra volerci dare una mano. Ha espulso Vriz, uno dei più pericolosi
dell’Udinese. Nessuno ha capito cosa sia successo, fatto sta che ci troviamo in
superiorità numerica in modo del tutto gratuito.
In curva, iniziamo a tifare a tutta forza, cercando di
sospingere i nostri verso l’assalto finale, che ci attendiamo sia all’arma
bianca. E invece non arriverà nessun segnale positivo. La foto che accompagna
l’articolo, con un Giordano insolitamente contratto, a tu per tu con Ernesto
Galli, e le migliaia di ombrelli a far da sfondo, costituiscono la malinconica
sintesi dell’impotenza della Lazio di quel giorno, che al termine della partita
sarebbe stata subissata da bordate di fischi e dal coro, che risuonò per alcuni
minuti, «buffoni-buffoni», con cui scaricammo la rabbia accumulata in tre ore
sotto la pioggia.
Quarantacinque anni dopo quella partita, a distanza di
tanto tempo da quella stagione maledetta, lunedì sera possiamo accogliere i
nostri con un grande applauso. Perché, nonostante alla Plzně Doosan Arena si
siano complicati la vita con le loro mani, il risultato finale va salutato con
la giusta enfasi, anche alla luce dei risultati delle restanti partite di
questi ottavi di Europa League.
Vola Lazio, vola!
Ugo Pericoli